1968

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Il 1968 vede affermarsi in modo imponente la contestazione giovanile nelle università e nelle scuole.

A partire dalle Università Statunitensi la contestazione si diffonde in Europa (Parigi, Berlino…) e giunge in Italia, toccando Roma, Milano e i maggiori centri universitari. La contestazione giovanile fa emergere delle esigenze giuste e sentite quali: l’esigenza di libertà, quella di una vita autentica, quella di critica, quella di cambiamento della società e delle sue strutture di potere.

Quasi immediatamente però queste esigenze vennero assunte all’interno di un progetto ideologico-politico e per questo furono tradite: infatti dalla contestazione come mossa dell’uomo per la libertà e da un sincero desiderio di trasformazione si passò alla contestazione come momento per affermare un progetto rivoluzionario di matrice marxista.

Così la contestazione diventò un movimento di sinistra.

Il tradimento delle esigenze del ’68 fu dovuto al fatto che non si riuscì ad abbandonare lo schema ideologico che determinava la mentalità italiana: al posto di lasciare aperta la ricerca di libertà iniziata la si ingabbiò nell’ideologia marxista, a causa del credito che le si attribuiva, fino a considerarla come l’unica possibilità di soluzione del problema umano.

L’esito fu una politicizzazione della contestazione e il suo progressivo inaridimento nella vana rincorsa dell’utopia.

Sentirsi liberi è meraviglioso.

 L’assenza è dove si forma l’infelicità.

 Prendete i vostri desideri per realtà.

 Soltanto la verità è rivoluzionaria.

 L’immaginazione al potere.”                         (Dal sessantotto a Parigi)

Scrivo queste righe perchè un nostro compagno si è suicidato(…)Certo anche Roberto è stato ucciso dal nemico, dal più malvagio di tutti: da questa sporca società in crisi. Ma questa risposta non ci basta (…) Questa morte non è il frutto del caso. Egli è morto anche perchè siamo stati disumani tutti noi, Roberto incluso, vittime di un certo modo di fare politica. Disumano è stato mandare allo sbaraglio i compagni davanti alle fabbriche; è stato il modo con cui si sono trattati i compagni silenziosi che non parlavano mai alle riunioni, gli stupidi perchè quando parlavano dicevano (male) due o tre volte cose che parevano banali; disumani sono stati i piccoli e grandi leader depositari del sapere e del potere; disumani sono stati i rapporti ai cancelli con gli operai che per noi erano di volta in volta o fonti di notizie, o lettori dei nostri volantini, o persone a cui spiegare la rivoluzione (…) Roberto è morto (…); tra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c’è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene così: c’è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra squallida pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande dove un uomo possa perdersi” (Ivrea, settembre 1977, anonimo)