La Chiesa e la contestazione

Il 25 luglio 1968 PAOLO VI pubblica l’enciclica “Humanae Vitaenella quale affronta le nuove problematiche riguardo al matrimonio, al valore procreativo e al giudizio da avere sulla contraccezione. Paolo VI coglie nelle nuove concezioni libertarie una occasione per cogliere con maggior profondità il valore del matrimonio, quello della vita che viene generata come un dono, una ricchezza in cui l’unità del matrimonio diventa più vera.

Nella Chiesa era cominciata a esplodere la contestazione all’autorità ecclesiastica. 

Caso emblematico e’ quello di Firenze, relativo alla comunità dell’Isolotto il cui parroco don Enzo Mazzi si scontra con l’arcivescovo di Firenze cardinal Florit. Ciò che farà degenerare la situazione è l’occupazione del Duomo di Parma il 15 settembre 1968 da parte di un gruppo cattolico del dissenso. Don Enzo Mazzi espresse pubblica solidarietà con gli occupanti, il card. Florit chiese a don Mazzi di ritrattare, il sacerdote non lo fece opponendosi all’autoritarismo del card. Florit. Si determinò così una frattura che non si ricompose e che portò don Mazzi a formare la comunità di base dell’Isolotto. Così la contestazione era entrata dentro il mondo cattolico e cominciava a lacerarlo dall’interno.

Nascono così le comunità cristiane di base che si contrappongono all’autorità ecclesiastica e sviluppano un percorso con una particolare attenzione ai temi della povertà, sia in senso interno come morale del cristiano, sia come condivisione dei bisogni degli ultimi

Anche G.S. associazione creata da don Luigi Giussani andò in crisi nell’impatto con la contestazione, anche se i fattori della crisi erano già presenti e quindi il ’68 ebbe una funzione di detonatore, li fece esplodere.

Don Giussani spiega così quel momento di difficoltà e ne evidenzia i diversi fattori

“Ciò mi avrebbe fra l’altro consentito di riprendere a studiare. In conclusione ritengo che il mio trasferimento a una cattedra di dottrina e morale cristiana presso l’Università Cattolica non sia stato l’episodio decisivo della crisi che esplose poco dopo. Questa, a mio parere, fu determinata da un evento di ben maggior rilievo: cioè il venir meno, proprio nell’ambito del gruppo che dirigeva il movimento, di quell’unità di vedute riguardo all’essenza del cristianesimo che invece era esistita fino ad allora. Il detonatore della crisi mi sembra sia stata un’opera dello spagnolo José Maria Gonzales-Ruiz, Il cristianesimo non è un umanesimo. Un certo gruppo di leaders di GS si riconobbe nelle tesi espresse in questo libro che, a mio avviso, pur contenendo alcuni spunti buoni e interessanti, presentava un limite fondamentale: quello di perdere di vista l’ontologia stessa del fatto cristiano, vale a dire la sua natura di avvenimento per cui è entrato nella storia un fattore «diverso», divino: Cristo e la Chiesa, che soli permettono all’uomo una speranza di liberazione. Coloro, che poi avrebbero lasciato GS, ponevano l’accento su una concezione secondo cui il cristianesimo veniva in pratica inteso come una forma di impegno morale e sociale. Così facendo, essi perdevano di vista la stessa natura specifica del fatto cristiano, e quindi finivano inevitabilmente per riporre la loro speranza nell’azione e nell’organizzazione dell’uomo, e non nel gesto gratuito con cui Dio ha scelto di entrare nella storia. A mio avviso, in queste persone tale atteggiamento non era allora consapevole, né criticamente teorizzato, ma in pratica ispirava la loro vita di ogni giorno. Si determinò quindi un conflitto che si può schematizzare così: secondo me e altri, la realtà che salva l’uomo e il mondo sono Cristo e la Chiesa, di cui l’unità dei credenti (tra di loro e con l’autorità) è espressione suprema e segno nella storia. Quindi innanzitutto, e in qualunque caso – dicevamo – si deve salvare questa unità con l’autorità e fra di noi. L’altro gruppo, invece – mettendo innanzitutto l’accento sull’impegno pratico e organizzativo nonché su un affronto dei problemi sociali ispirato prioritariamente a esigenze di ordine morale – poneva appunto ogni speranza nell’intraprendenza delle iniziative dell’uomo e nella sua capacità d’azione, in fondo non riconoscendo altri valori se non quelli che a ciò si potessero ricondurre. La crisi, da cui fummo così duramente travagliati, verso la fine del 1965 era dunque già in atto. Sbagliano perciò quei critici del nostro movimento i quali sostengono che l’attuale Comunione e Liberazione è un gruppo i cui motivi ispiratori contraddicono i temi e le speranze del Sessantotto; che quindi entrò in crisi sulla spinta degli avvenimenti di quell’anno per poi riemergere più tardi, in una fase che è di restaurazione, come una delle tante forze che oggi tentano di prescindere da quei temi e da quelle speranze. Tutto quello che si può dire è che quando, con l’inizio dell’occupazione dell’Università Cattolica di Milano (autunno 1967), cominciò quello che si sarebbe poi chiamato il Sessantotto, la nostra crisi interna si aggravò in modo irreparabile poiché il gruppo che poi si sarebbe allontanato si ritrovò in piena sintonia con le forze che stavano egemonizzando il movimento degli studenti. Il Sessantotto ci costrinse dunque ad andare al fondo della nostra crisi interna, ma questa – lo ripeto – era già in atto da oltre due anni; e dalla fine del 1966 in pratica eravamo ormai spaccati in due gruppi contrapposti.

Abbiamo già parlato della missione in Brasile, che fu in quanto tale un importante episodio dell’esperienza di GS. Vorrei tuttavia che lei riprendesse qui l’argomento, soffermandosi in particolare sulla parte che la missione ebbe nella nascita e nello sviluppo della crisi che travagliò il movimento fra il 1965 e il 1969.

Ciò che dapprima incrinò questa esperienza, dopo diversi anni da quando era cominciata, fu il riaffermarsi di un concetto di Chiesa in cui soprattutto le categorie dell’unità e dell’autorità  erano intese in modo a mio avviso labile e generico, comunque diverso da quello tradizionale fra noi. La libertà personale, ovvero l’autonomia della coscienza, veniva poi metodologicamente privilegiata. In seguito, l’educazione all’impegno generoso con tutto ciò che appare giusto, e tale da garantire condizioni di vita più umane, attrasse la stragrande maggioranza del nostro gruppo in Brasile nell’orbita dei movimenti di liberazione di matrice marxista che frattanto si erano sviluppati anche nel grande Paese latinoamericano. Questa scelta venne in partenza motivata col desiderio di affermare una partecipazione cristiana a tali movimenti; di fatto, però, quello spunto iniziale svanì quasi subito, e con esso presto o tardi per taluni venne meno anche la fede, o comunque l’adesione pratica alla Chiesa Cattolica. I giovani che avevano scelto di recarsi in missione in Brasile erano ovviamente fra i più convinti e decisi militanti di Gioventù Studentesca. Qualcuno potrebbe quindi essere sorpreso da tale defezione. La cosa tuttavia è illuminata da una circostanza di fatto: quasi tutti coloro che si trovavano in Brasile si erano formati dentro quei gruppi della GS di Milano che poi, nel 1968, sarebbero usciti dal movimento. Quei gruppi cioè in cui predominavano l’attivismo generoso e l’impegno sociale. Si trattava di persone altruiste e intelligenti, ma che di fatto non avevano assimilato la dimensione religiosa dell’esperienza di GS, e si erano prioritariamente immedesimate con quell’impegno etico-sociale che secondo la tradizione autentica del nostro movimento scaturisce sì dalla dimensione religiosa rinfervorata, ma nella piena costante consapevolezza di tale suo punto d’origine. Questa condizione necessaria di qualsiasi militanza politico-sociale, che voglia essere corretta da un punto di vista cristiano, non era stata invece percepita da costoro se non formalmente. Alcuni critici di Comunione e Liberazione sostengono che la missione in Brasile anticipò la crisi, in cui il movimento sarebbe poi caduto sotto la spinta degli avvenimenti del Sessantotto, perché la situazione brasiliana, già prima di allora, era analoga a quella che sarebbe stata la situazione europea in quel frangente. Ritengo invece di poter negare in modo assoluto la fondatezza di un tale paragone. È indubbio che la tremenda situazione sociale del «Terzo Mondo», che i nostri amici in Brasile sperimentavano, aveva sollecitato in modo particolarmente drastico la loro sensibilità etica; per- ciò, nell’ambito della missione brasiliana, la crisi si palesò già prima. Ma ciò non implica alcuna sostanziale analogia fra le due circostanze: il Sessantotto europeo è stato, a mio parere, un’eruzione vitalistico-intellettuale per insofferenza contro i formalismi del sistema, e non tanto per rivolta contro una degenerazione sociale particolarmente vistosa; anche se poi, a seguito di quegli avvenimenti, sono stati messi più a fuoco gli aspetti e le conseguenze negative del sistema stesso.

Come molti sanno, il gruppo che poi si allontanò accusava lei e gli altri di essere contrari per principio alla militanza politica, e di esitare per questo ad appoggiare decisamente l’azione dei leaders dei moti studenteschi.

In realtà ciò non è affatto vero. Negli anni precedenti, più volte ci eravamo impegnati in azioni di pretta natura politica, sulle quali già mi sono soffermato: dalla lotta contro il monopolio delle Associazioni d’istituto a quella contro la gestione a senso unico del Piccolo Teatro. Ciò che nel Sessantotto abbiamo sostenuto era invece ben altro, e cioè che il movimento rivoluzionario scoppiato nelle università aveva colto impreparati noi, come in genere tutti i cristiani, e che quindi si doveva fare il sacrificio di continuare il lavoro di preparazione di fondo insistendo su un maturo sviluppo della propria identità cristiana, poiché un vasto impegno sociale e politico sarebbe stato opportuno e autentico soltanto in forza di essa. Se dunque questa occasione ci aveva colti impreparati, era inutile e pericoloso che fingessimo il contrario: si doveva piuttosto avere il coraggio di prenderne atto e di trarne le conseguenze, moltiplicando gli sforzi al fine di evitare che i successivi futuri sviluppi di quegli avvenimenti ci trovassero ancora privi della possibilità di intervenire in modo efficace e con una nostra precisa e matura identità. Il Sessantotto – come già ricordavo – iniziò in effetti nell’autunno del 1967, e proprio all’Università Cattolica di Milano, quando gli studenti occuparono l’ateneo per protestare contro il forte e improvviso aumento delle tasse universitarie, cui peraltro l’amministrazione si era vista costretta sotto la pressione di costi crescenti cui non corrispondeva affatto un parallelo aumento dei contributi statali. Le parole d’ordine, sulla base delle quali venne organizzata l’occupazione, si rivelarono subito espressive di una linea politica incompatibile con le nostre convinzioni di fondo. In particolare, i leaders dell’occupazione protestavano contro l’aumento delle tasse lasciando del tutto in ombra un aspetto decisivo del problema, e cioè che l’Università Cattolica, non essendo statale, nono- stante la sua palese funzione pubblica era oggetto (al pari di tutte le scuole non statali di altro ordine e grado) di una grave discriminazione di ordine economico: riceveva infatti fondi irrisori rispetto a quelli stanziati per le analoghe istituzioni statali, e proprio allora cominciava a non riuscir più a colmare la differenza con il reddito del suo patrimonio. Ebbene, tale problema non veniva mai sollevato dai leaders della protesta. E i nostri studenti, benché fossero il più grosso gruppo presente in Cattolica (circa 300 persone) e benché insieme con essi ci fossero già in quell’Università alcuni assistenti che pure provenivano e ancora militavano in GS, non colsero o comunque non riuscirono a imporre l’attenzione su questo aspetto del problema, ossia sul grande tema della libertà d’educazione e della lotta contro il monopolio statale della scuola pubblica, riguardo al quale Gioventù Studentesca si era costantemente impegnata fin dal suo primo sorgere. Questo era un sintomo della nostra immaturità rispetto alle esigenze della situazione; ma se ne potrebbero citare anche altri non meno significativi. Va tuttavia precisato che la linea cui decidemmo poi di attenerci non venne scelta a priori, ma ci fu suggerita dalla piega ben presto assunta dagli avvenimenti. Infatti non è per nulla vero che gli universitari di GS, che ancora si riferivano al gruppo da cui sarebbe poi nata CL, sin da principio non abbiano preso parte alla vicenda di quei mesi tumultuosi, ma per molti aspetti esaltanti. Riconoscemmo tutti immediatamente la giustezza dell’esigenza che i moti studenteschi portavano avanti: un’esigenza di autenticità maggiore e di maggiore libertà che ispirava la ribellione contro l’autoritarismo e contro strutture mortificanti. Nello stesso tempo, però, miravamo a qualificare la nostra partecipazione affermando e testimoniando che la strada per rispondere a quella esigenza doveva consistere in una prassi non ispirata alle ideologie predominanti, ma che invece prendesse le mosse dalla nascita di una comunione ecclesiale di base capace di incidere sulla società. È anche vero però che, alla prova dei fatti, la nostra posizione – benché chiara – non riuscì a essere mordente. Mancando infatti di un adeguato sviluppo culturale, risultava priva di tutta l’articolazione necessaria. Questa carenza venne ulteriormente aggravata dall’atteggiamento assunto dal gruppo che allora dirigeva Gioventù Studentesca, e che ormai era composto solo di persone su posizioni diverse dalle nostre.
Giussani Luigi, Il movimento di Comunione e Liberazione (1954-1986): Conversazioni con Robi Ronza, BUR, 2014