La Primavera di Praga nel racconto di F. Fejto

“Nel corso di una seduta notturna, fra il 4 e il 5 gennaio, il Comitato Centrale, chiamato a scegliere fra Lenàrt, candidato dei novotniani, e Cernik, candidato dei liberali, nomina una terza persona, Aleksander Dubcek, la cui candidatura era stata tenuta di riserva quale successore di Novotny alla testa del partito.

La scelta si rivelerà molto saggia. Comunista integro e moderato, preoccupato sia dell’appoggio dell’apparato che dell’opinione pubblica, Dubcek porta ai liberali di Praga i suffragi degli autonomisti slovacchi. Il suo programma era stato esposto in un articolo pubblicato il 31 dicembre dalla “Pravda” di Bratislava. Dubcek scriveva. “ Siamo ad una svolta storica, al passaggio ad una qualità nuova di società socialista…. Noi dobbiamo dichiarare guerra ad ogni presunzione, ad ogni soggettivismo, scartare il tentativo di imporre l’influsso del partito sulla società con metodi di costrizione e di dominio”. E sarà ancora più esplicito dopo l’elezione, parlando alla radio il 1° febbraio: “Il partito esiste per il popolo lavoratore, esso deve vivere non al di sopra né al di fuori della società, ma farne parte integrante. La democrazia non è solamente la possibilità e il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni.” ………………………………

una delle prime manifestazioni degli studenti di Praga dopo le dimissioni di Novotny in gennaio fu un pellegrinaggio alla tomba dei due Masaryk, che riposano uno vicino all’altro nel piccolo cimitero di Lany a sessanta chilometri da Praga.

Il tratto saliente di questo patetico incontro con il passato era la preferenza accordata alla discussione piuttosto che alla violenza: ciò che avvenne a Praga e a Bratislava fu una rivoluzione a porte chiuse. Per intere settimane le vie, dopo le ore di lavoro, rimasero deserte; tutti stavano partecipando a qualche riunione: in primo luogo le cellule e i comitati di partito; poi gli scrittori e gli intellettuali, gli operai, gli operai sindacalisti e i contadini, studenti e giornalisti, economisti e vittime del terrore, ex combattenti e pionieri”

( Francois Fejto, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi, Fi, 1971)