La primavera di Praga

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La Cecoslovacchia era la più ricca nazione dell’Impero sovietico, con grosse potenzialità a livello industriale. Negli anni ’60 subì il contraccolpo di una grave recessione che la mise in crisi economicamente e alimentò il malumore popolare.

Segretario del partito dal 1953 era Antonin Novotny, di impostazione stalinista, anche se capace di adeguarsi alle situazioni nuove che si erano determinate nel mondo comunista.

Nel 1967 all’interno del partito iniziano a scontrarsi due posizioni:

– una riformista e decentralizzatrice ( della quale diventerà leader Alexander Dubcek)

– l’altra centralista e decisa a mantenere una rigida economia pianificata.

Breznev nel dicembre 1967 fece un tentativo di mediazione fra le due posizioni, ma senza successo.

Il contrasto esplose nel gennaio del 1968 in occasione della nomina del nuovo segretario del partito: vi erano due candidati, Jozef Lenart (dell’ala centralista) e Oldrich Cernik (dell’ala riformista), ai quali però alla fine venne preferito Alexander Dubcek.

Fu una specie di soluzione di mezzo, dettata dal fatto che Dubcek appariva come un uomo buono, liberale, aperto alle novità.

Iniziò così la Primavera di Praga, una stagione in cui il popolo sperimentò la libertà e si cominciò a pensare in termini di “socialismo dal volto umano“.

Uno spirito riformatore condusse la vita politica. Il partito adottò un programma in cui la libertà di stampa, di fede, di riunione diventavano obiettivi primari.

Dubcek venne chiamato a Mosca nel maggio del 1968 e gli venne ordinato di fermare l’ondata riformista. Tornato a Praga, non volle né poté fermare quel movimento di rinnovamento che aveva contagiato tutto il popolo.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 i carri armati del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia e ripristinarono l’ordine sovietico, ponendo fine al processo di democratizzazione in atto.

Dubcek, costretto a ritrattare e ad accettare l’occupazione militare, fu lasciato ancora alcuni mesi alla testa del partito, poi sostituito da Gustav Husak, venne allontanato dalla vita politica.

Con l’intervento in Cecoslovacchia, Breznev fece valere il diritto del Patto di Varsavia ad intervenire in un paese “fratello” allorché forze reazionarie mettano in pericolo l’esistenza del socialismo. La dura repressione in Cecoslovacchia venne così paradossalmente considerata come un intervento in aiuto a fratelli in difficoltà.

L’Occidente, al di là delle deplorazioni formali e della protesta di carattere popolare, stette sostanzialmente a guardare, a segno che in un mondo dai contorni ben delineati la questione cecoslovacca non poteva interessare le potenze occidentali, poiché era un affare unicamente sovietico.