Lo spirito del Sessantotto e la lezione di don Milani

Quello che comunemente viene chiamato il Sessantotto fu un fenomeno assai complesso che non si esaurì in quell’anno ma caratterizzò più di un decennio (dai primi anni sessanta ai primi anni settanta), coinvolgendo soggetti sociali e politici diversi. L’interpretazione storica di quel periodo è quindi assai difficile da sintetizzare. Una frase di don Lorenzo Milani, parroco di un piccolo paese toscano e fondatore della scuola di Barbiana, può forse esprimere lo spirito che animò quegli anni: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Un’intera generazione si politicizzò nella direzione indicata dalla frase di don Milani e criticò radicalmente la scuola, la famiglia, l’educazione, la fabbrica, la politica.

Cara signora,

lei di me non ricorderà nemmeno il nome.

Ne ha bocciati tanti.

Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”.

Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate. Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva. Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non essere visto. […]

Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.

Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.

Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è né viltà né eroismo.

È solo mancanza di prepotenza.

 

I montanari

Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto.

È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini.

Finite le elementari avevo diritto ad altri tre anni di scuola. Anzi la Costituzione dice che avevo l’obbligo di andarci. Ma a Vicchio non c’era ancora la scuola media. Andare a Borgo era un’impresa.

Chi ci s’era provato aveva speso un monte di soldi e poi era stato respinto come un cane.

Ai miei poi la maestra aveva detto che non sprecassero soldi: “Mandatelo nel campo. Non è adatto per studiare”.

Il babbo non le rispose.

Dentro di sé pensava: “Se si stesse di casa a Barbiana sarebbe adatto”.

A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino al buio, estate e inverno. Nessuno era “negato per gli studi”.

Ma noi eravamo di un altro popolo e lontani. Il babbo stava per arrendersi. Poi seppe che ci andava anche un ragazzo di S. Martino. Allora si fece coraggio e andò a sentire. […]

Il primo giorno mi accompagnò lui. Ci si mise due ore perché ci facevamo strada col pennato e la falce. Poi imparai a farcela in poco più di un’ora. […]

Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.

D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a accorgersi che uno era un po’ più grande e insegnava.

Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io. La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare.

Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.

Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su questo punto.

Un professorone disse: “Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsico…”

Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all’Università, i ragazzi non hanno bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline.

Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: “La scuola sarà sempre meglio della merda”.

Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla.

Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Ma siamo un miliardo e novecento milioni.

Sei ragazzi su dieci la pensano esattamente come Lucio. Degli altri quattro non si sa.

Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.

L’anno dopo ero maestro. Cioè lo ero tre mezze giornate la settimana. Insegnavo geografia matematica e francese in prima media.

Per scorrere un atlante o spiegare le frazioni non occorre la laurea.

Se sbagliavo qualcosa poco male. Era un sollievo per i ragazzi. Si cercava insieme. Le ore passavano serene senza paura e senza soggezione. Lei non sa fare scuola come me.

Poi insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967, pp. 9-15.