Quarant’anni fa, il sacrificio dopo Praga ’68

Avvenire 4 gennaio 2009

QUARANT’ANNI FA IL SACRIFICIO DOPO PRAGA ’68

Si diede fuoco contro il regime. Ma non è sicuro che si volesse davvero togliere la vita. Scrisse il teologo Zverina: non è suicidio ma sacrificio di sè. Quel gesto avrebbe poi ispirato Charta 77 e la rivoluzione di velluto dell’89 guidata da Vaclav Havel Sul rogo della libertà di Luigi Geninazzi

Fu una fiammata drammatica che illuminò per un attimo il buio opprimente di Praga e riportò la Cecoslovacchia normalizzata sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale. Era il 16 gennaio del 1969, il Paese viveva il quinto mese di ‘occupazione fraterna’ dei carri armati sovietici e la primavera di Praga era ormai un ricordo. Nel tardo pomeriggio di quel freddo inverno, quando già calavano le prime ombre, un giovane si fermò ai piedi della scalinata davanti al Museo Nazionale, nella centralissima piazza Venceslao, nel cuore di Praga. Si tolse lentamente il cappotto, s’inzuppò gli abiti con il contenuto di una lattina bianca e accese un fiammifero. L’improvvisa vampata di fuoco abbagliò la folla circostante, paralizzata dal terribile urlo di dolore che si alzava da quel corpo avvolto dalle fiamme. «La lettera, salvate la lettera!» lo udirono gridare i primi soccorritori. La trovarono nel sacco a tracolla che aveva lasciato cadere a qualche metro prima di darsi fuoco. Era scritta su un quadernetto a righe. «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione abbiamo deciso d’esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera e di essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a tali richieste con uno sciopero generale illimitato, una nuova torcia prenderà fuoco». Era il messaggio di Jan Palach, un nome divenuto simbolo di una protesta sconvolgente contro il comunismo ed il totalitarismo sovietico. Aveva 20 anni, era iscritto alla Facoltà di Filosofia dell’Università Carlo, la più antica e illustre di Praga, e chi lo conosceva si meravigliò che quel giovane, tranquillo, educato e concentrato sugli studi, avesse compiuto un gesto così tragico, conclusosi con la morte. Il suo fu un sacrificio dimostrativo contro l’occupazione delle truppe sovietiche ma soprattutto contro la rassegnazione dell’opinione pubblica del suo Paese. Un atto estremo per spezzare il clima stagnante di cupa normalizzazione che imprigionava la mente ed il cuore di tanti suoi connazionali. Non si è mai saputo se davvero ci fosse un’organizzazione come quella descritta da Palach nella sua lettera. E’ certo però che ci fu l’effetto contagio e ben diciassette cittadini cecoslovacchi emularono il suo gesto, togliendosi la vita o cercando di farlo in uno stillicidio di proteste. A tal punto che il poeta Jaroslav Seifert, Premio Nobel della letteratura, lanciò un drammatico appello: «Non vi uccidete più o moriremo tutti». Jan Palach è entrato nella storia con l’aureola del martire. Ma può un suicida essere celebrato come un eroe? La risposta l’ha data il teologo cattolico Josef Zverina, l’autore della famosa Lettera ai cristiani d’Occidente. A suo avviso «La tragica morte di Jan Palach non fu un sui-cidio, ma un sacrificio di sé. Solo un moralista insensibile potrebbe parlare di suicidio. Palach morì perché vivessero gli altri». Secondo lo storico Jan Uhlir, che ha scritto un libro dal titolo I giorni fatali di J. P., Palach non intendeva suicidarsi ma solo dare un segnale forte. La morte non voleva essere la conseguenza del suo drammatico gesto, anche se ne aveva calcolato il rischio. Lo ribadì lui stesso nei tre giorni d’agonia, trascorsi in gran parte in stato cosciente. Jan Palach era profondamente religioso, di confessione protestante. Ai medici disse d’aver preso a modello i buddisti del Vietnam. Ma forse è inutile cercare nel comportamento di un giovane di vent’anni una logica ferrea e coerente. Voleva gridare al mondo la sua protesta, voleva risvegliare la nazione dall’apatia. E ci riuscì. Dopo la sua morte i cecoslovacchi si ritrovarono nello stesso stato emotivo vissuto nell’agosto del 1968, all’indomani dell’invasione sovietica. Palach aveva realizzato in anticipo il concetto di otresenost, scuotimento, che sarebbe stato poi elaborato dal filosofo Jan Patocka, teorico del movimento dissidente ‘Charta ’77’. Ai funerali di Jan Palach, il 25 gennaio, accorsero centinaia di migliaia di persone da tutto il Paese. La salma rimase esposta a lungo nell’Università Carlo dove sfilò incessantemente una grande folla, silenziosa e commossa. Un filmato, girato clandestinamente, (sarà proiettato per la prima volta in Italia, a Roma, il prossimo 16 gennaio) mostra l’immensa moltitudine che si stringe intorno alla bara in piazza Venceslao, le lacrime che si confondono con la pioggia battente, il rito ecumenico celebrato nella chiesa di San Salvatore. E fu sempre nel nome di Jan Palach che, vent’anni più tardi, i cecoslovacchi trovarono la forza di ribellarsi al regime. Quelle manifestazioni di protesta, nel gennaio del 1989, furono l’inizio del grandioso sconvolgimento che porterà al crollo del comunismo in tutta l’Europa dell’Est.