SIRIA: SINTESI STORIA NOVECENTO

SIRIA: SINTESI STORIA NOVECENTO

Nella seconda metà del sec. XIX : in Siria un forte movimento nazionalistico: anche gli aspri contrasti fra musulmani e cristiani si placavano dinanzi alla necessità di una resistenza contro le repressioni di Abd ül-Ḥamid II e poi dei Giovani Turchi.

I MANDATI FRANCESI

Sconfitta la Turchia nella prima guerra mondiale, l’emiro Fayṣal, figlio del re del Higiaz, fidando nelle promesse inglesi, entrò in Damasco (ottobre 1918), e si proclamò (1920) re di Siria. Nello stesso anno la Francia, già d’accordo con l’Inghilterra, cacciò Fayṣal e si fece affidare dalla Società delle Nazioni la Siria e il Libano in “mandato”. La tutela francese fu utile allo sviluppo economico e culturale del Paese; ma gli incidenti, anche gravi, non mancarono.

La Seconda Guerra Mondiale segnò la fine del predominio della Francia. I dirigenti della nuova Siria, reclutati dai ranghi della borghesia nazionalista, non si rivelarono all’altezza della difficile situazione interna e internazionale sviluppatasi dopo il 1945.
Nel 1949 tre colpi di stato militari movimentarono le cronache. I regimi militari che si susseguirono, in qualche caso sotto vesti civili, fino al 1954, furono ispirati soprattutto da un riformismo paternalista poco al passo con i tempi e si rivelarono dittature personali incapaci di creare partiti di massa.

Nel 1954 una vasta campagna di manifestazioni popolari riportò la Siria alla democrazia parlamentare. Seguirono quattro anni molto agitati: la Siria, che era divenuta per gli Stati Uniti una pedina importante in un sistema mediorientale in crisi, conobbe al suo interno l’emergenza di una forte corrente nazionalista e socialista guidata dal partito Ba’th.
al-Ba‛th Forma abbreviata di Partito socialista della rinascita araba (Ḥizb al-ba‛th al-‛arabī al-ishtirākī), nato in Siria nel 1953 dalla fusione tra il Partito della rinascita araba e il Partito socialista arabo. Il carattere panarabo ne favorì la diffusione dalla Siria agli Stati arabi vicini, e in particolare in Iraq. Le notevoli divergenze sorte al suo interno portarono però, a partire dal 1966, a una contrapposizione ideologica e politica tra la sua ala di Damasco e quella di Baghdad.

1958 REPUBBLICA ARABA UNITA

Pressioni internazionali e movimenti interni sfociarono nella decisione di fondere la Siria e l’Egitto nella Repubblica Araba Unita (1958). L’unione siro-egiziana si spezzò nel 1961, dopo tre anni di soffocante centralismo cairota. Dopo una parentesi moderata, nel 1963 il Ba’th, alleato dei nazionalisti filonasseriani, ritornò al potere. Il fallimento dei negoziati per una federazione tripartita tra Siria, Egitto e Iraq portò la Siria a una fase di isolamento. Lo stesso Ba’th fu travagliato da lotte intestine tra moderati e progressisti, militari e “civili”. L’“uomo forte” Amīn el-Ḥafīz rimase al potere fino al 1966, quando fu sostituito dall’ala di sinistra del partito.

1967 Guerra contro Israele

Nel 1967 la Siria s’impegnò a fianco dell’Egitto in una sfortunata guerra contro Israele, che costò la perdita delle alture del Golan.

IL GENERALE ASSAD

Nel 1970 il generale al-Assad Hāfiz mise da parte i progressisti, accusandoli di eccessivo dirigismo e di troppo spiccate tendenze marxiste, e inaugurò una fase più liberale. Nel 1973 Assad si alleò con gli egiziani nel tentativo, fallito, di riprendere il Golan. Intransigente oppositrice agli accordi di Camp David, la Siria si inserì (1976), con l’invio di truppe, come decisiva forza mediatrice nella guerra civile libanese. Mentre i legami con l’URSS (1980) diventavano sempre più stretti, la Siria si ritrovò isolata dalla maggioranza dei Paesi arabi per aver fatto fallire al vertice di Fès (1981)
Il forte impegno siriano in Libano contro Israele trovò riscontro nel vertice di Fez (settembre) della Lega araba, che approvò la continuazione della presenza militare della Siria; ciò rese nulli i tentativi francesi e statunitensi di trasformare i loro contingenti nell’ambito della Forza multinazionale in strumento per riportare l’ordine nel paese, vi rafforzò lo schieramento democratico e d’ispirazione musulmana, e fece fallire la pace separata con Israele firmata dal presidente A. Ǧumayyil (Gemayel) il 17 maggio 1983 e abrogata il 6 marzo 1984. Tale impegno, inoltre, favorì, contro la tendenza all’accomodamento da parte di Y. ῾Arafāt, la scissione di Abū Mūsā e Abū Ṣalih che contribuì a ridimensionare la presenza dell’OLP nell’area libanese.

Sul piano interno, dal 1979, attraverso azioni terroristiche da un lato e una non meno violenta repressione dall’altro, si accentuavano i contrasti tra le organizzazioni islamiche, soprattutto i “Fratelli musulmani”, e il regime di Assad, espressione della setta degli Alawiti.
Gli alawiti sono la minoranza che governa la Siria, Paese a maggioranza sunnita. Il termine “alawiti”, significa seguaci di Ali, vale a dire il cognato e cugino del profeta Maometto e padre del giovane Hussein, l’uomo venerato dagli sciiti e ucciso nella battaglia di Kerbala. L’episodio che diede vita allo scisma tra sunniti e sciiti. Teologicamente gli alawiti sostengono di essere sciiti duodecimani. Oltre al Corano, il loro libro sacro è il Kitab al Majmù. Gli alawiti vivono in tutte le grandi città della Siria, dove sono 2 milioni (circa il 20% della popolazione). Meno di 100mila alawiti vivono in Libano.

PRESENZA SIRIANA IN LIBANO

La presenza in territorio libanese si era quindi fatta più intensa nella seconda metà del decennio, dando origine a violenti combattimenti con alcune delle fazioni in lotta (in particolare contro gli sciiti filoiraniani di Hezbollah, nel 1987, e contro le truppe cristiane del generale Aoun, nel 1989) nonché provocando forti contrasti con l’Iraq, concorrente diretto della Siria per l’acquisizione del ruolo di potenza regionale. Schierandosi con la coalizione internazionale intervenuta contro l’invasione irachena del Kuwait (agosto 1990), la Siria trovava modo di realizzare tali suoi obiettivi: l’interessato favore dei Paesi occidentali le aveva infatti permesso di accrescere la propria influenza in Libano fino a vincere le ultime resistenze e ad assoggettare lo stato alla propria tutela, emblematizzata dalla firma di un trattato di fratellanza e cooperazione fra i due governi (maggio 1991). Ne risultava accresciuto, di conseguenza, il ruolo del Paese nel processo di pacificazione del Medio Oriente: una rappresentanza della Siria aveva così attivamente partecipato alle fasi iniziali dell’apposita conferenza internazionale, avviata a Madrid nell’ottobre 1991. Le trattative dirette tra Siria e Israele rappresentavano un indubbio passo avanti nel processo di distensione nell’area, ma esse segnavano il passo per la mancanza di accordo sulle alture del Golan, territorio siriano, cui lo stato ebraico non voleva rinunciare ritenendole essenziali alla sua sicurezza militare. Nonostante la situazione di stallo, al-Assad ribadiva comunque al presidente statunitense W. J. Clinton (gennaio 1994) la volontà della Siria di giungere a un accordo di pace con Israele. Dopo l’assassinio del premier israeliano Y. Rabin (novembre 1995) le delegazioni siriana e israeliana si incontravano a Wye Plantation, nel Maryland (USA); al termine dei colloqui (dicembre 1995) i diplomatici delle due parti dichiaravano la loro intenzione di proseguire nei negoziati al fine di risolvere la questione del Golan e di riportare la pace al confine meridionale del Libano, teatro di continui scontri tra i guerriglieri islamici Hezbollah e le truppe di Tel Aviv. Nel 1997 Siria e Iraq annunciavano la riapertura delle frontiere, chiuse dal 1982 per l’appoggio di Damasco all’Iran nella guerra contro l’Iraq.

IL GOLAN

Nel dicembre 1999 riprendevano i negoziati tra Siria e Israele, con il summit di Washington, dove, nel gennaio 2000, grazie anche alla mediazione del presidente Clinton, il ministro degli esteri, Farouk al Shara, incontrava il premier israeliano E. Barak con il quale affrontava il problema del ritiro di Israele dalle alture del Golan, mentre dal canto suo la Siria si impegnava ad allontanare le sue forze armate dal confine. I negoziati però si interrompevano.

MORTE DI ASSAD E ASCESA AL POTERE DEL FIGLIO BASHAR AL ASSAD

Nel giugno 2000, il presidente al-Assad, riconfermato attraverso un referendum per il quinto mandato, moriva. Gli succedeva il figlio Bashar, nomina designata dal Parlamento e confermata, formalmente, da successive elezioni presidenziali. Nell’aprile 2001, in seguito della crescente opposizione cristiano-maronita alla presenza siriana nei dintorni di Beirut e, anche in conseguenza del nuovo corso politico intrapreso da Bashar, iniziava il ritiro dell’esercito siriano dal Libano. Il governo siriano si era opposto alla politica mediorientale degli Stati Uniti nel 2001-2003 (interventi militari in Afghanistan e Iraq, sostegno a Israele). Negli ultimi anni la Siria si era infatti riavvicinata all’Iraq, avviando col regime iracheno rapporti commerciali nell’ambito del programma Oil for food. Nel 2003, durante la crisi irachena, il governo degli Stati Uniti accusava più volte la Siria di aver sostenuto in vario modo il regime iracheno e di continuare a proteggere le organizzazioni terroristiche internazionali. Il presidente Bashar, dal canto suo, assicurava che la Siria non forniva assistenza ai criminali di guerra iracheni. Infatti nel gennaio 2004, Bashar compiva un viaggio in Turchia che aveva lo scopo di riappacificare i due Paesi e si impegnava nella lotta al terrorismo islamico, soprattutto grazie all’operato dei suoi servizi di intelligence. In aprile anche la Siria subiva un attentato terroristico nella capitale. Nel febbraio 2005, dopo l’assassinio del ex premier R. Hariri a Beirut, la comunità internazionale faceva pressioni su Damasco affinché ritirasse dal Libano le rimanenti truppe e il personale dei servizi segreti. In maggio il governo annunciava la ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Iraq, interrotte dopo la prima guerra del Golfo. Nel 2007 Siria e USA nonostante le difficoltà riprendevano i contatti diplomatici. Alle elezioni politiche dello stesso anno veniva confermata la maggioranza assoluta del partito del presidente che veniva riconfermato con oltre il 97% dei voti. In novembre l’aviazione israeliana bombardava una base militare nel nord del Paese, ma nonostante ciò i due Paesi annunciavano di aver intrapreso negoziati di pace indiretti con la mediazione della Turchia (giugno 2008). La notizia delle numerose rivolte scoppiate nel mondo arabo innescava nel 2011 manifestazioni di protesta contro il regime del presidente Bashar al-Assad, che dalla città meridionale di Dar‘ā si propagavano a tutto il Paese.
E’ la primavera araba a dare inizio alle rivolte contro il governo di Assad e il metodo è quello che si vede realizzato nel mondo arabo, l’uso dei social network
Il governo per impedirle dapprima impedisce l’accesso a Facebook, Twitter e YouTube, poi ne liberalizza l’uso cercando di dimostrare la sua fiducia nell’uso della rete.

Dal 15 marzo 2011 la Siria è di nuovo percorsa da timide manifestazioni anti-regime, poi il 18 marzo vi sono proteste di massa senza precedenti, ma il regime reagisce con una repressione durissima. Numerosi sono i morti provocati dalla reazione militare del regime. Per tutto il mese di marzo vi sono in tutta la Siria manifestazioni contro Assad, la reazione è sempre la stessa, l’esercito spara facendo numerosi morti.
Assad contemporaneamente scioglie il governo e nomina nuovi uomini, riduce la circoscrizione obbligatoria, annuncia di voler ridurre le tasse. Accusa anche forze straniere di fomentare la rivolta e condanna i media satellitari come Al Jazeera di sobillare i rivoltosi

Aprile si apre con imponenti manifestazioni in tutte le città, ma Assad non fa un passo indietro, i manifestanti si trovano davanti l’esercito che apre il fuoco, numerosi i morti tra le loro fila.
Così nel mese di maggio le proteste si ripetono e aumenta il numero dei morti, arrivando a oltre 1.000; si contano anche 10.000 arresti tra gli attivisti
Il 4 giugno 2011, a Jisr ash-Shugur, nella provincia di Idlib vicino al confine con la Turchia, per la prima volta durante un’azione di protesta i dimostranti prendono le armi e reagiscono violentemente agli apparati di sicurezza:
Mentre la repressione continua in modo durissimo il 29 luglio 2011 un gruppo di ufficiali disertori crea l’Esercito siriano libero (ESL). Si organizzano gli oppositori, ad Istanbul viene creato il Consiglio nazionale siriano per contrastare Assad.
Iniziano atti di guerriglia contro l’esercito di Assad.
L’Esercito Siriano Libero opera ad Homs e colpisce l’esercito di Assad. Homs diventa la sede centrale della rivoluzione.
Il presidente Bashar al-Assad fa delle concessioni agli oppositori per indurli a deporre le armi: oltre alla liberazione di 755 detenuti politici, concede alcune modifiche alla costituzione come quella di un tetto alla possibilità di ricandidatura del presidente a due mandati e l’eliminazione della citazione del Partito Ba’th come partito unico in Siria

Il 26 febbraio 2012 vi è un referendum e la nuova costituzione viene approvata.
Ma la guerra continua e la situazione diventa sempre più difficile e complicata.

I gruppi armati che combattono contro il regime di Bashar al – Assad sono così costituiti:
– Esercito Siriano Libero
Forte di 80.000 uomini, è la formazione nata come unione di varie milizie ed è l’ala militare della Coalizione Nazionale Siriana, l’alleanza dei gruppi di opposizione all’estero, che ha visto la luce a Doha nel 2012. E’finanziata e aiutata sia dagli Occidentali sia dai paesi del Golfo ed è composto sia da gruppi nazionalisti e laici sia da gruppi islamici non fondamentalisti. Nel suo nucleo originario un gruppo di ufficiali delle forze armate siriane che hanno deciso di combattere contro il regime di Assad.
– Fronte Islamico Siriano
Salafita, è finanziato dai paesi del Golfo. Conta su circa 25.000 combattenti. E si è distaccato dall’Esercito Siriano Libero per la troppa influenza che i paesi occidentali (in particolare gli Usa) avrebbero nell’Esl.
– Milizie islamiche
Sono numerose. La più conosciuta e la più aggressiva è il Fronte Al Nusra. E’affiliato ad Al Qaeda, nelle sue fila 5.000 uomini e vuole instaurare un califfato in Siria dopo la sconfitta di Assad.
La guerra è durissima, i ribelli avanzano in diverse parti del paese e l’esercito reagisce in modo sempre più violento.
Le potenze straniere si muovono di fronte alla guerra, molti sono convinti che la fine del regime di Assad sia molto vicina.
L’Unione Europea aveva già varato l’embargo contro la Siria, all’inizio relativamente agli armamenti, ma poi lo aveva inasprito: prima con provvedimenti a riguardo del commercio del petrolio, per arrivare poi al divieto di ogni tipo di commercio con la Siria.
Gli Stati Uniti lanciano il programma segreto Timber Sycamore, che ha l’obiettivo di finanziare, addestrare e armare le formazioni ribelli. Anche la Francia e il Regno Unito cominciano a fornire equipaggiamenti e finanziamenti, invece la Russia, che ha un accordo con il governo di Assad per l’utilizzo del porto di Tartus, invia del personale tecnico per l’addestramento dei militari siriani
A Damasco si combatte in modo molto determinato, anche perché è la sede del dittatore. Il 19 luglio 2012 inizia anche la battaglia di Aleppo, i ribelli la chiamano “madre di tutte le battaglie”; l’attacco coglie alla sprovvista le truppe governative
Contemporaneamente le Unità di Protezione Popolare (YPG), braccio armato del Consiglio Democratico Siriano, iniziano la campagna di liberazione del Kurdistan Siriano entrando in armi nelle città di Ayn al-Arab, Amuda ed Efrin: le forze governative abbandonano la loro posizione e i curdi di fatto occupano il nord della Siria.
Negli ultimi mesi del 2012 i ribelli avanzano e compiono massacri tra la popolazione civile di fede alawita come ad Aqrab dove vengono uccisi 125 civili.
Ad aprile 2013 la guerra civile siriana vede il costante avanzamento dei ribelli in tutte le regioni del paese, soprattutto nelle aree rurali, mentre il governo riesce a mantenere il controllo sulle principali città, esclusa Aleppo che controlla solo parzialmente.
Di fondamentale importanza è la battaglia di al-Qusayr, controllata dai ribelli dal luglio 2012 e posizionata strategicamente sul confine libanese e sulla strada principale tra la costa, Damasco e Homs. La vittoria dell’esercito governativo è un punto di svolta per la guerra, poiché i ribelli perdono l’iniziativa e, per la prima volta, sono costretti a cedere ampie zone di territorio.
Il 9 giugno inizia l’operazione “Tempesta del Nord” contro i ribelli che vengono aiutati dall’arrivo di molti combattenti e così rallentano l’iniziativa dell’esercito di Assad.
Anche a Damasco vi è una offensiva dell’esercito regolare, aiutati dai miliziani Hezbollah.
Le truppe governative continuano ad avanzare e a sconfiggere i ribelli.
Il 21 agosto nel quartiere di Ghuta vi è l’uso di armi chimiche: questo scatena una forte presa di posizione dell’ONU contro Assad accusato di essere lui all’origine della strage di popolazione civile.
L’offensiva governativa si sviluppa su tre fronti distinti: Aleppo, Damasco e la regione montuosa di Qalamun al confine con il Libano.
Nel 2014 l’ISIS entra in modo diretto nella guerra e dalla zona di Raqqa inizia il suo tentativo di ricreare il Califfato.
L’intervento russo deciso dal Presidente Putin nell’ottobre del 2015 è decisivo, è di fatto quello che rafforza la posizione di Assad e gli offre un aiuto fondamentale per riconquistare le posizioni di forza sul territorio siriano e di far indietreggiare i ribelli.
Così le forze curde al Nord combattono contro l’Isis e danno un grande contributo a fermare la formazione di uno stato islamico.
Aleppo viene stretta d’assedio dai ribelli, ma la reazione dell’esercito siriano appoggiato da quello russo è di fatto vincente e nel dicembre del 2016 Aleppo viene liberata. 22 dicembre 2016 è il giorno in cui Aleppo ritrova la pace.
Così il 21 maggio 2018 le forze armate siriane dichiarano di aver infranto le ultime sacche di resistenza dell’Isis a Yarmouk e nei vicini sobborghi di Damasco. Dopo oltre sei anni la zona di Damasco può dirsi di nuovo completamente sotto il controllo del governo.
I ribelli vengono sconfitti, l’ISIS costretta di fatto a retrocedere e ad abbandonare il territorio grazie ai curdi, Assad torna ad avere il controllo della Siria grazie all’appoggio della Russia. Ma la guerra non è finita, le forze ribelli continuano ad operare con il terrorismo e la ricostruzione non inizia se non grazie alla iniziativa di realtà come quella francescana che fa molto per aiutare la popolazione e fare dei progetti che ridiano lavoro alle persone.
L’embargo delle forze occidentali è un grave deterrente alla ricostruzione.

LA QUESTIONE DEI CURDI
Nell’ottobre 2019 l’esercito turco su ordine di Erdogan attacca il territorio di confine con la Siria in modo pretestuoso, affermando di voler disarmare il terrorismo curdo, in realtà con il progetto di occupare un territorio molto fertile oltre che ricco di petrolio.
Scoppia così la questione curda.
I curdi oggi sono tra 25 e 35 milioni di persone.
Non hanno uno stato e la loro popolazione è distribuita in cinque paesi – Iraq, Siria, Turchia, Iran e Armenia –.

curdi cartina

I curdi hanno origini antiche, l’Enciclopedia Britannica indica la prima citazione certa dei curdi al VII secolo, forse potrebbero avere a che fare anche con i carduchi citati dallo storico greco Senofonte nell’Anabasi.
Parlano un gruppo di dialetti simili e vicini al persiano, ma non hanno una vera e propria lingua.
In maggioranza sono musulmani sunniti, ma anche sciiti, sufi e di altre confessioni.
Con la fine dell’Impero Ottomano, il Trattato di Sevres ( 1920) prevedeva la creazione del Kurdistan che però non nacque mai. Nacque invece la Turchia.
In Iran i curdi sono circa il 10%, il Kurdistan è una provincia, non c’è mai stato un movimento indipendentista molto forte e l’Iran accolse molti curdi durante la guerra con l’Iraq.

In Iraq il rapporto con i curdi è sempre stato difficile, negli anni Ottanta Saddam Hussein mise in atto un vero genocidio dei curdi. Oggi in Iraq la popolazione curda rappresenta tra il 15/20% del totale, il Kurdistan è una provincia autonoma e il curdo è riconosciuto come lingua ufficiale. Un referendum per la completa indipendenza si è svolto nel settembre del 2017 e avrebbe ottenuto il consenso del 90% di 3 milioni e 300 mila votanti, ma non è stato riconosciuto da governo iracheno.
In Siria i curdi sono meno del 10% della popolazione. Il regime non ha mai concesso nessuna autonomia, senza mettere in atto aperte persecuzioni ha sistematicamente espropriato le terre ai curdi tentato di colonizzare le zone curde. Oggi in Siria, come anche in Iraq e Turchia, i curdi sono stati determinanti nelle battaglie contro il sedicente Stato islamico, da Kobane a Raqqa. Dal 2014 i partiti curdi hanno dichiarato una amministrazione autonoma in tre province.

In Turchia i curdi sono tra il 15 e il 20% della popolazione e l’ostilità con il governo centrale continua fin dalla formazione dello Stato turco. Il Partito dei lavoratori curdi, PKK, negli anni Ottanta cominciò una guerriglia armata ed è considerato un partito terrorista: il suo leader Abdullah Öcalan ora è in carcere, condannato all’ergastolo ( dopo che era stato condannato a morte). Nel 1995 sei parlamentari curdi furono privati dell’immunità e condannati a 15 anni di carcere. Il termine kurdistan in Turchia è proibito e i curdi vengono definiti turchi di montagna o turchi dell’Est.
I curdi siriani sono riusciti a ottenere una certa autonomia solo negli ultimi anni, dopo l’inizio della guerra in Siria, rafforzando il loro controllo sulla regione che abitano, il “Rojava”, (cioè “Kurdistan occidentale”). I curdi siriani controllavano buona parte del nord della Siria, da est a ovest, lungo il confine con la Turchia.
I territori sotto controllo curdo sono governati dal Partito dell’Unione Democratica (la sigla in curdo è PYD), di ispirazione “socialista-libertaria” e con un’idea di società simile a quella immaginata da Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori, PKK: idea di una società ugualitaria.
Il sistema di governo in Rojava è molto decentralizzato e senza rigide gerarchie, con le comunità locali che mantengono una forte autonomia. È un sistema, almeno sulla carta, di “democrazia egualitaria”, che non stabilisce la predominanza di una religione o di un’etnia su un’altra, e dove le donne hanno gli stessi diritti e doveri degli uomini. È inoltre un sistema basato su un’economia sostenibile, attenta a non danneggiare l’ambiente.
Gli stretti legami tra curdi siriani e PKK sono proprio il motivo che ha spinto la Turchia a iniziare una nuova operazione militare nel nordest della Siria. Il PKK, infatti, è un partito curdo che da decenni combatte contro il governo turco per ottenere l’indipendenza, attraverso una lotta armata e con attentati terroristici; molti membri del PYD sono ex membri del PKK.
I combattenti curdi, i peshmerga in Iraq e i miliziani delle Unità di difesa del popolo (Ypg) in Siria, erano (e sono) le due forze riconosciute sul campo che hanno combattuto e stanno tuttora combattendo contro l’Isis e, di fatto, a fianco della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. I Peshmerga, i combattenti curdi iracheni – letteralmente coloro che affrontano la morte – sono attivi nel nord dell’Iraq, e sono gli stessi che hanno combattuto nel 2003 al fianco delle truppe americane. Le prime unità peshmerga sono state costituite negli anni Venti del secolo scorso, alla nascita del movimento indipendentista curdo.
Le milizie curde, le YPG, hanno combattuto contro l’ISIS. Dal 2013 a oggi i curdi siriani sono stati impegnati a difendere le città curde del nord dagli attacchi dell’ISIS e poi a recuperare i territori che erano finiti sotto il controllo dello Stato Islamico in buona parte della Siria. I curdi hanno combattuto in maniera efficace come forza di terra all’interno di una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, e la presenza delle loro milizie al di fuori del Rojava continua a essere considerata preziosa per evitare un eventuale ritorno dell’ISIS.
In Siria le Unità di difesa del popolo, Ypg, sono state protagoniste nella difesa dai jihadisti dell’Isis di Kobane, un tempo terza città a maggioranza curda della Siria. Si tratta di una milizia attiva nei territori a maggioranza curda nel nord e nel nordest della Siria, una milizia che fa parte dell’amministrazione di governo nota come Comitato supremo curdo (Ksc).
Negli ultimi anni i rapporti tra Stati Uniti, curdi siriani e Turchia si sono complicati: alleandosi con i curdi siriani, gli Stati Uniti si sono alleati a un gruppo che la Turchia considera terroristico.
Per molto tempo gli Stati Uniti hanno cercato di mantenere un equilibrio che andasse bene sia ai curdi siriani che al governo turco, ma di fatto la Turchia ha tentato diverse volte di scatenare una guerra per liberarsi dalla presenza curda. Con l’operazione dell’ottobre 2019 il governo turco vorrebbe prendere il controllo anche dei territori curdi a est del fiume Eufrate, stabilendo una specie di “corridoio di sicurezza” profondo circa una trentina di chilometri da cui cacciare i curdi e in cui trasferire i profughi siriani che negli ultimi anni sono arrivati in Turchia dopo essere scappati dalla guerra.